Salta al contenuto

Cena balcanica a Treviso

22 febbraio 2012

Cari tutti,
parallelamente alla campagna di raccolta fondi sulla piattaforma Indiegogo, stiamo organizzando una serie di cene balcaniche, sempre finalizzate al sostegno finanziario del nostro progetto. Ai fornelli ci sarà Elisabetta.
La prima avrà luogo a Treviso, presso Musikrooms, sabato 17 marzo.
Vi terremo aggiornati sulle altre date… e intanto vi aspettiamo a questo primo appuntamento (affrettatevi a prenotare: il numero di posti è limitato!)

Il vostro sostegno al progetto

3 febbraio 2012

Cari amici e amiche, come avete letto nel post precedente, gravi problemi economici ci costringono a rimanere fermi e a non poter programmare serenamente i prossimi viaggi.
Viaggi essenziali per poter avere il materiale necessario alla realizzazione del libro sui Balcani.
Pertanto, abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi, utilizzando la piattaforma di crowd funding IndieGoGo.
Vi invitiamo a contribuire con una donazione, a parlarne in giro, a condividere con i vostri contatti. Più persone riusciamo a coinvolgere, più facile sarà raggiungere l’obiettivo che ci siamo posti.
Questo il link da seguire:
http://www.indiegogo.com/Viaggio-nei-Balcani-Voyage-in-the-Balkans?a=399275
Una volta entrati, vi basterà scegliere il “prodotto” che preferite ed effettuare il relativo versamento.

Grazie fin d’ora… e continuate a seguirci (presto altri post, altre fotografie, altre storie di cibi e persone).

Elisabetta e Nicola

Dove portano le strade dei cibi?

16 gennaio 2012
etichette: , ,

La crisi ha colpito anche noi.
Per questioni economiche molto serie abbiamo dovuto rinviare il viaggio programmato per questi giorni.
Allora, nella prolungata (nostro malgrado) attesa di ripartire, vi invito a percorrere insieme un’altra strada del cibo.

Si può fare il giro dei Balcani – e anche oltre – mangiando un dolcetto?
Certamente… il difficile sta nel non perdersi (anche se, diciamolo, spesso il bello è proprio perdersi…), perché è una strada da cui partono tanti sentieri, che a loro volta portano verso altre strade, e magari capita poi che queste si ricongiungano a quella da cui si era partiti… ma non sempre…
Per me, che ho una formazione storica, tutto questo ha un fascino irresistibile.
A Mostar abbiamo mangiato friabilissimi biscotti al burro a forma di mezzaluna che lì chiamano semplicemente lokumi (da non confondere con gli altri lokum, le “delizie turche”, cubetti morbidi di zucchero e amido che con i loro colori vivacizzano le vetrine delle pasticcerie dei Balcani centro-meridionali).
Lokum deriva dall’arabo luqma, che significa “morso, boccone”.
Non appena messo in bocca un pezzetto mi sono resa conto che erano i fratelli gemelli dei kourabiedes greci (che però, come i gurabia armeni, vengono preparati in particolare durante il periodo natalizio). E sono gemelli anche dei curabiè (o curambiè) triestini, spicchi burrosi con farina di mandorle che dovrebbero essere la versione locale dei kipferl austriaci, ma il nome è chiaramente quello greco. E la forma è ancora una volta la mezzaluna turca (la stessa che gli austriaci hanno adottato per lo strudel… in cucina capita anche che si adottino gli usi del nemico…).
Anche in altre zone dei Balcani (nella stessa Bosnia, in Serbia, in Albania) esistono dolcetti secchi dal nome simile, gurabjie, anche se non dappertutto ci si riferisce alla medesima ricetta, anzi: spesso con questo termine si intendono genericamente biscotti e focaccine (in turco, kurabiye significa “biscotto”).
E se ci si muove ancora più a sud ed est (vicino e medio Oriente, nord Africa) troviamo altri dolcetti dal nome simile (ghorabiye, qurabiya, ghoriba, ghoorabie, karabige), anche se talvolta gli ingredienti ed il procedimento sono differenti (e anche molto, come nel caso dei libanesi karabige, pasticcini di semola ripieni di pistacchi).
Quindi, quindi… eccomi alle prese con l’ennesimo tour semantico-gastronomico… mi sto perdendo ancora una volta tra ricette, nomi, forme… e poi, inaspettatamente, mi imbatto nella spiegazione, grazie a Predrag Matvejević e al suo Breviario Mediterraneo.
Gurab è un termine arabo che stava ad indicare la nave ammiraglia della flotta. I Turchi, spiega Matvejević, adotteranno questa (come molte altre parole arabe) e la diffonderanno anche nei Balcani, dove comincerà ad indicare dolci a forma di barca: gurabija, gurabije. La barca incontra la simbologia di questo popolo arrivato dalle steppe asiatiche e diventa mezzaluna. Le parole (che già gli Arabi avevano diffuso) e le ricette cominciano a viaggiare insieme a loro, pur seguendo percorsi differenti e modificandosi di conseguenza.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: il cibo ci offre la dimostrazione pratica che la fratellanza vince sulla discordia.
Perché, come dicono i cuochi di Chefs for Peace, che da anni usano questo mezzo meraviglioso per promuovere la pace in una città dal fragile equilibrio come Gerusalemme, “la cucina è fatta di storie straordinarie. Riunisce tutte le lingue in una. E’ come l’amore”.
Di più, dico io. La cucina E’ amore.

E poiché a monte (ma molto, molto a monte, almeno temporalmente… quasi sette anni sono passati) di questo progetto ci sta un piccolo e introvabile (da queste parti) libro di cucina, che parla proprio di fratellanza in un remoto angolo dei Balcani (da dove mi venne spedito), ed in cui la mittente aveva scritto, in calce alla dedica: “La cucina può salvare il mondo….?”… torneremo a parlare ancora di cucina come veicolo di pace.

Kosovo (ovvero, gli arretrati)

28 dicembre 2011
etichette: , ,

Siamo in ri-partenza, a breve (tra una decina di giorni).
Un po’ di Croazia, Serbia, Albania… ma la destinazione principale è il Kosovo.
In estate ci eravamo già stati, a Kosovska Mitrovica… e ancora non ne avevamo parlato!
Città divisa in due, che in questi mesi – da luglio in poi – è salita più volte agli onori delle cronache (qui si trovano numerosi articoli ed approfondimenti), a causa dei disordini scoppiati… anche in questo momento la situazione non è facile, come in tutta la regione settentrionale, di etnia serba, che non accetta il governo centrale di Pristina (albanese, come del resto la maggioranza della popolazione kosovara).

ingresso in Kosovo dal posto di frontiera di Jarinje (dato alle fiamme a fine luglio 2011 - si trova nel nord del Paese, lungo statale che scende da Belgrado)

Quelle che seguono sono immagini del quartiere serbo di Mitrovica: bandiere nazionali un po’ ovunque, automobili senza targhe (per protesta vengono tolte quelle rilasciate dal governo centrale), slogan inneggianti a Radovan Karadžić… l’unico posto, tra quelli in cui abbiamo viaggiato in questi mesi, dove ci sia stato espressamente richiesto di cancellare fotografie appena scattate. I residenti non vogliono essere fotografati, e gli stranieri vengono visti con sospetto (anche gli italiani, nonostante siano considerati “amici”). L’atmosfera che si respira è quella del “noi – serbi kosovari – abbiamo contro il resto del mondo”, quasi fosse ormai un dato scontato, che giustifica la loro diffidenza (che talvolta sfocia nell’ostilità aperta).

Il ponte sul fiume Ibar, che divide la città: sullo sfondo, il quartiere serbo

La porzione albanese della città è più estesa, ordinata (i serbi lamentano che gli aiuti arrivino soltanto qui) e tranquilla. C’è maggior circolazione di beni e denaro (quest’ultimo proveniente per lo più dalle rimesse degli emigrati nei Paesi dell’Europa centro-settentrionale), i negozi sono più forniti, ci sono caffetterie e ristoranti. Non che si respiri un clima di benessere, ma la qualità della vita di qua del ponte è leggermente migliore.

"Gruppi di controllo e collegamento impegnati per voi" - la forza di pace internazionale è ancora ben presente su tutto il territorio kosovaro

Stavolta saremo invece diretti verso le montagne e i villaggi della val Rugova, non lontano da Peć/Peja. Confidiamo nelle prestazioni della vecchia inossidabile pandina

Involtini di foglie di cavolo

23 novembre 2011
etichette: , ,

In attesa di ripartire per i Balcani, mitighiamo la nostalgia per quei luoghi pubblicando la ricetta del piatto transnazionale per eccellenza, quello che, anche se con nomi diversi (sarma, sarmi, sarmale, arambašići, japrak…), si trova da Trieste ad Istanbul, dal Danubio (e anche più su) alle coste dell’Egeo, e che compare sulle tavole natalizie di diversi Paesi dell’area: gli involtini di foglie di cavolo.
Perché Natale si avvicina… si, ok, manca ancora un mese… ma se decidete (o vi chiedono) di preparare una cena festiva dal sapore “europeo sudorientale”, mica vorrete farvi cogliere impreparati?!
Una ricetta che, per diffusione (si trova anche fuori dai Balcani… dall’Europa centrale al Caucaso al vicino Oriente… ovunque sia arrivata l’influenza Ottomana) e quantità di varianti locali, è già di per sè una strada del cibo.
Questa è la versione bulgara di Claire.

Sarmi s kiselo zele (ripieni di carne)

20 foglie di cavolo conservato* (eliminare le parti più dure)
2-3 cucchiai di liquido di conservazione dei cavoli
1 cucchiaio di olio di girasole

ripieno:
400 gr di carne mista (manzo/maiale) macinata
1 cipolla tritata
2 cucchiai di olio di girasole
50 gr di riso tondo
pepe nero

* il cavolo conservato in salamoia potete trovarlo nei nogozi di alimenti rumeni, ormai diffusi in tutta Italia

Mescolare bene gli ingredienti per il ripieno.
Stendere le foglie di cavolo su una superficie piatta, porre un cucchiaio di ripieno su ciascuna, dando la forma di una piccola salsiccia. Ricoprire prima con il lato più grosso della foglia, poi con i lembi laterali, e chiudere ben stretto rotolando intorno il lembo rimanente.
Sistemare i rotolini di cavolo in una teglia. Coprire con il liquido di conservazione del cavoli, acqua e 1 cucchiaio di olio. Cuocere per circa due ore, o finché i sarmi saranno morbidi e la maggior parte del liquido si sarà assorbita.
Cospargere di paprika e servire.

Slow cooking

17 ottobre 2011

In Montenegro ci è capitato di mangiare la carne più morbida e gustosa dell’intero viaggio, in una spartana taverna situata nel gomito di un tornante, dopo mezza giornata passata in macchina, viaggiando con la lentezza imposta dalla strada serpeggiante che sovrasta e costeggia i canyon dei fiumi Ibar, Lim, Tara e Morača. Circondati da boschi fitti e scuri (d’altra parte, il nome del paese parla già da sé, in questo senso…).
Grossi pezzi di manzo cotti con patate, pomodori e profumati di maggiorana. La carne si scioglie in bocca, le patate sono sode e saporitissime nello stesso tempo. Chiaro che la materia prima è già notevole di suo… ma il segreto si chiama sač.
Sač è lo strumento, è il metodo di cottura, ed è il nome dato al piatto (“sač, piatto nazionale!” è la risposta ferma e decisa quando chiediamo suggerimenti su che cosa ordinare).
Il proprietario e cuoco, Dragan, come molti altri montenegrini ha lavorato in Italia e mastica la nostra lingua.
Ci spiega che è uno dei pochi in zona ad essersi costruito un forno tradizionale. Andiamo a vederlo: una struttura in muratura su cui ardono le braci, qui si posano le pentole (basse padelle di ferro senza manico), si coprono con un coperchio sempre di ferro (detto, appunto, sač) che viene poi ricoperto con altre braci. La cottura è lenta, il calore si diffonde in maniera uniforme, la carne acquista una morbidezza ed una succulenza uniche.
Su questo rustico parente dei moderni fornelli si preparano anche altre pietanze, per esempio le zuppe (come si vede in foto, accanto al sač c’è un’altra pentola, in cui quel giorno era stata cucinata una zuppa di pesce di fiume).
Auguriamo lunga vita a queste tradizioni…

E di lei, ne vogliamo parlare?

26 settembre 2011

(“lei” è quella a sinistra)
Questo breve (ma doveroso) post rende giustizia alla nostra fidata compagna di viaggio, che finora ci ha trasportati per quasi 4.000 chilometri, prima in Bosnia, poi tra Serbia, Kosovo, Montenegro e Croazia.
Non è esattamente un bolide, ma arriva dappertutto!

Ai controlli di frontiera capita che gli addetti ci guardino con aria quasi divertita, specialmente se la frontiera in questione è parecchio distante dal Veneto.
Ma è in Montenegro che scopriamo l’appeal della macchinina.
La statale (la E65, che da Kosavska Mitrovica, in Kosovo, scende fino a Podgorica) è un susseguirsi di tavolini che espongono frutti di bosco freschi e lavorati (marmellate e altre composte, succhi). Uno ad ogni curva (e di curve, quella strada, è disseminata). Tentati, decidiamo di fermarci e comprare qualche barattolo.
Due signori di mezza età chiacchierano con la ragazza addetta alla vendita.
Uno dei due occhieggia verso la nostra macchina. “Panda!”: ne ha avute tre, ci spiega (ma io lo batto: questa per me è la quarta…), e comincia a tesserne le lodi – in serbo inframezzato da qualche parola italiana e molti gesti. Avanza addirittura una mezza offerta di baratto o acquisto…
Scegliamo le nostre marmellate e, al momento di pagare, la ragazza ci dice: “offre lui” (facendo segno verso il nostro nuovo amico). Perché? perché gli italiani gli stanno simpatici. E due italiani che viaggiano in quelle lande a bordo di una scatoletta che è anche la sua macchina preferita si meritano un piccolo premio!

Presentazioni del progetto

16 settembre 2011
etichette:

Per chi fosse interessato a conoscere il progetto “La strada del cibo” dal vivo, questi sono i prossimi appuntamenti:

sabato 24 settembre, ore 19, a Treviso sotto la Loggia dei Cavalieri, durante la manifestazione Silegge a Treviso

domenica 2 ottobre, ore 18, alle cantine Collalto di Susegana (Tv) nell’ambito di Libri in cantina (mostra nazionale della piccola e media editoria)

Di cibo e di storia, in Serbia…

13 settembre 2011
etichette: , , , ,

La cucina parla di origini, di legami, di storie che si fondono.
“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”. Cosa e come.
Sempre là si torna.
E’ un assunto che vale ovunque, ma che in Serbia può diventare davvero importante. Non perché la cucina locale si discosti radicalmente da quelle confinanti, ma perché bilancia altre chiavi di lettura delle faccende – recenti e passate – di questo tassello d’Europa.
In un Paese in cui l’identità e la storia sono state filtrate, distorte dalla propaganda nazionalista degli ultimi decenni, in cui la gente (non tutta, ovvio, ma molta: e Guča, in questo senso, è un microcosmo interessante da studiare) esibisce simboli e ostenta atteggiamenti in cui si identifica ma con lo spaesamento di chi non ne capisce veramente la ragione, perché in qualche modo intuisce, inconsciamente, che una vera ragione non c’è… in un posto così, la cucina può fornire una lettura più trasparente, e rilassata, della storia.
Il calderone di coccio in cui ribolle lo svadbarski kupus - stufato di crauti e carni affumicate – posato su braci che vengono controllate con maestria; griglie, paioli da campo, pentole di terracotta venduti lungo le strade; la massiccia presenza della carne di maiale, e di quella ovina, del mais, o di quella delizia (di cui è facile diventare dipendenti!) che è il kaymak (panna fresca concentrata attraverso la bollitura prolungata del latte, e fatta acidificare per alcune ore)… sono solo alcuni esempi di come la cucina spieghi molto di più di berretti militari e bandiere cetniche, riesumati insieme al nazionalismo non molti anni fa.
Ma la storia si legge anche nelle palachinke di provenienza mitteleuropea, o nel lepinje, il pane piatto “gemello” del somun bosniaco. Nei cevapi o negli stufati di fagioli che attraversano come nervature tutta l’area balcanica, e nella rakja che vi scorre in barba ai confini politici. E’ la storia che quei simboli muscolosi così enfatizzati vorrebbero minimizzare: quella fatta anche di fusione, dialogo e convivenza.
C’è poco da fare: in cucina la storia non si nasconde.
(e questo dovrebbero tenerlo a mente anche certi urlatori populisti e xenofobetti di casa nostra…)



…e visto che il “cavolo cappuccio matrimoniale” ci è piaciuto parecchio, diamo qualche indicazione, per chi ne fosse incuriosito e lo volesse provare: in una casseruola di coccio si pongono strati di crauti – in alternativa si può usare del cappuccio fresco, tagliato in ottavi – alternati a strati di carni miste (bovine, ovine, suine), in parte affumicate (la pancetta è d’obbligo); e ancora, cipolle, peperoni e foglie di alloro. Si copre d’acqua e si lascia cuocere, a fuoco lento, per ore…

Guča trumpet festival

20 agosto 2011

Guča è un paesino di 2.000 anime tra i monti, nel sud della Serbia, dove ogni anno, ad agosto, si tiene uno degli happening musicali più celebri e affollati d’Europa, e certamente il più particolare.
Il Guča trumpet festival è una gara musicale tra bande di ottoni (che, selezionate durante l’anno e suddivise in categorie, si esibiscono nello stadio adibito ad arena concerti), non soltanto balcaniche, coronata dall’esibizione di grandi nomi (quest’anno, Boban e Marko Markovic hanno suonato il sabato sera davanti ad una folla oceanica, mentre è spettato a Goran Bregovic chiudere in bellezza, la domenica pomeriggio)… e molto di più.
Per tutta la settimana (la manifestazione dura sette giorni), parate, eventi culturali, gare sportive (sempre a carattere tradizionale).
E’ il giovedì sera, però, che inizia il caravanserraglio. Fino alla domenica, decine di bande, piccole e grandi, molte delle quali gypsy, suonano in ogni angolo del villaggio, dando vita ad una sfrenata festa all’aperto a cui partecipano decine di migliaia di persone (la media, nei quattro giorni, si aggira intorno alle 300.000 presenze).
La definizione “Woodstock dei Balcani” calza a pennello. Giovani da tutta Europa (ma anche extra-continentali) si accampano liberamente ovunque: nei parcheggi, sui prati, lungo il torrente (che diventa “multifunzione”). Non c’è casa in cui non si affittino stanze, e giardini per i campeggiatori meno avventurosi (il nostro campeggio era allestito in un grande prato privato in centro al paese, attrezzato con alcuni servizi minimi: qualche wc, e tre rudimentali docce all’aperto).
Ma questa è anche la festa dello spirito nazionale serbo. Arrivano qui a migliaia per celebrare la “propria” musica, e quindi in qualche modo la propria identità. Dai più pacati, che si limitano ad indossare il berretto militare (spesso esibito da intere famiglie, neonati compresi), sventolare la bandiera nazionale e danzare in gruppo, fino agli estremisti “duri e puri” che salutano con le tre dita simbolo dell’ortodossia religiosa, girano con le bandiere cetniche, comprano magliette con l’effige di Mladic e fanno la faccia truce anche quando si stanno palesemente divertendo.
Non ultimo, il festival è anche l’occasione per gustare i piatti locali, cucinati secondo gli usi tradizionali. Quindi, niente forni e fornelli, ma spiedi che ospitano polli, pecore, maialini e talvolta interi buoi; griglie ottime per pane, carni, verdure, e su cui cuociono lentamente gli spezzatini in grandi tegami di ghisa; ed enormi calderoni, posati direttamente sui carboni ardenti, in cui ribollono, sempre molto lentamente, zuppe e stufati. Insomma, l’apoteosi della cottura alla brace.
Tutto questo in un clima pacifico e di gioia condivisa.
Si balla, si mangia, si beve (molto), si fanno le ore piccole. La mattina ci si alza con il sole che surriscalda le tende (e il sabato e la domenica il risveglio è alle 7, a colpi di cannone…), si ciondola in paese, si passa il tempo all’ombra nei bar o sdraiati sull’erba bevendo birra… e la sera la festa ricomincia.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.