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Presentazioni del progetto

16 settembre 2011
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Per chi fosse interessato a conoscere il progetto “La strada del cibo” dal vivo, questi sono i prossimi appuntamenti:

sabato 24 settembre, ore 19, a Treviso sotto la Loggia dei Cavalieri, durante la manifestazione Silegge a Treviso

domenica 2 ottobre, ore 18, alle cantine Collalto di Susegana (Tv) nell’ambito di Libri in cantina (mostra nazionale della piccola e media editoria)

Di cibo e di storia, in Serbia…

13 settembre 2011
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La cucina parla di origini, di legami, di storie che si fondono.
“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”. Cosa e come.
Sempre là si torna.
E’ un assunto che vale ovunque, ma che in Serbia può diventare davvero importante. Non perché la cucina locale si discosti radicalmente da quelle confinanti, ma perché bilancia altre chiavi di lettura delle faccende – recenti e passate – di questo tassello d’Europa.
In un Paese in cui l’identità e la storia sono state filtrate, distorte dalla propaganda nazionalista degli ultimi decenni, in cui la gente (non tutta, ovvio, ma molta: e Guča, in questo senso, è un microcosmo interessante da studiare) esibisce simboli e ostenta atteggiamenti in cui si identifica ma con lo spaesamento di chi non ne capisce veramente la ragione, perché in qualche modo intuisce, inconsciamente, che una vera ragione non c’è… in un posto così, la cucina può fornire una lettura più trasparente, e rilassata, della storia.
Il calderone di coccio in cui ribolle lo svadbarski kupus - stufato di crauti e carni affumicate – posato su braci che vengono controllate con maestria; griglie, paioli da campo, pentole di terracotta venduti lungo le strade; la massiccia presenza della carne di maiale, e di quella ovina, del mais, o di quella delizia (di cui è facile diventare dipendenti!) che è il kaymak (panna fresca concentrata attraverso la bollitura prolungata del latte, e fatta acidificare per alcune ore)… sono solo alcuni esempi di come la cucina spieghi molto di più di berretti militari e bandiere cetniche, riesumati insieme al nazionalismo non molti anni fa.
Ma la storia si legge anche nelle palachinke di provenienza mitteleuropea, o nel lepinje, il pane piatto “gemello” del somun bosniaco. Nei cevapi o negli stufati di fagioli che attraversano come nervature tutta l’area balcanica, e nella rakja che vi scorre in barba ai confini politici. E’ la storia che quei simboli muscolosi così enfatizzati vorrebbero minimizzare: quella fatta anche di fusione, dialogo e convivenza.
C’è poco da fare: in cucina la storia non si nasconde.
(e questo dovrebbero tenerlo a mente anche certi urlatori populisti e xenofobetti di casa nostra…)



…e visto che il “cavolo cappuccio matrimoniale” ci è piaciuto parecchio, diamo qualche indicazione, per chi ne fosse incuriosito e lo volesse provare: in una casseruola di coccio si pongono strati di crauti – in alternativa si può usare del cappuccio fresco, tagliato in ottavi – alternati a strati di carni miste (bovine, ovine, suine), in parte affumicate (la pancetta è d’obbligo); e ancora, cipolle, peperoni e foglie di alloro. Si copre d’acqua e si lascia cuocere, a fuoco lento, per ore…

Guča trumpet festival

20 agosto 2011

Guča è un paesino di 2.000 anime tra i monti, nel sud della Serbia, dove ogni anno, ad agosto, si tiene uno degli happening musicali più celebri e affollati d’Europa, e certamente il più particolare.
Il Guča trumpet festival è una gara musicale tra bande di ottoni (che, selezionate durante l’anno e suddivise in categorie, si esibiscono nello stadio adibito ad arena concerti), non soltanto balcaniche, coronata dall’esibizione di grandi nomi (quest’anno, Boban e Marko Markovic hanno suonato il sabato sera davanti ad una folla oceanica, mentre è spettato a Goran Bregovic chiudere in bellezza, la domenica pomeriggio)… e molto di più.
Per tutta la settimana (la manifestazione dura sette giorni), parate, eventi culturali, gare sportive (sempre a carattere tradizionale).
E’ il giovedì sera, però, che inizia il caravanserraglio. Fino alla domenica, decine di bande, piccole e grandi, molte delle quali gypsy, suonano in ogni angolo del villaggio, dando vita ad una sfrenata festa all’aperto a cui partecipano decine di migliaia di persone (la media, nei quattro giorni, si aggira intorno alle 300.000 presenze).
La definizione “Woodstock dei Balcani” calza a pennello. Giovani da tutta Europa (ma anche extra-continentali) si accampano liberamente ovunque: nei parcheggi, sui prati, lungo il torrente (che diventa “multifunzione”). Non c’è casa in cui non si affittino stanze, e giardini per i campeggiatori meno avventurosi (il nostro campeggio era allestito in un grande prato privato in centro al paese, attrezzato con alcuni servizi minimi: qualche wc, e tre rudimentali docce all’aperto).
Ma questa è anche la festa dello spirito nazionale serbo. Arrivano qui a migliaia per celebrare la “propria” musica, e quindi in qualche modo la propria identità. Dai più pacati, che si limitano ad indossare il berretto militare (spesso esibito da intere famiglie, neonati compresi), sventolare la bandiera nazionale e danzare in gruppo, fino agli estremisti “duri e puri” che salutano con le tre dita simbolo dell’ortodossia religiosa, girano con le bandiere cetniche, comprano magliette con l’effige di Mladic e fanno la faccia truce anche quando si stanno palesemente divertendo.
Non ultimo, il festival è anche l’occasione per gustare i piatti locali, cucinati secondo gli usi tradizionali. Quindi, niente forni e fornelli, ma spiedi che ospitano polli, pecore, maialini e talvolta interi buoi; griglie ottime per pane, carni, verdure, e su cui cuociono lentamente gli spezzatini in grandi tegami di ghisa; ed enormi calderoni, posati direttamente sui carboni ardenti, in cui ribollono, sempre molto lentamente, zuppe e stufati. Insomma, l’apoteosi della cottura alla brace.
Tutto questo in un clima pacifico e di gioia condivisa.
Si balla, si mangia, si beve (molto), si fanno le ore piccole. La mattina ci si alza con il sole che surriscalda le tende (e il sabato e la domenica il risveglio è alle 7, a colpi di cannone…), si ciondola in paese, si passa il tempo all’ombra nei bar o sdraiati sull’erba bevendo birra… e la sera la festa ricomincia.

Tufahije

2 luglio 2011
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Al ritorno da ogni viaggio, la voglia di mettersi ai fornelli e riprovare qualche ricetta è davvero forte.
Detto… fatto.
Questo dolce è molto diffuso in Bosnia, dove è stato introdotto durante la dominazione ottomana (come anche in altri Paesi dell’area balcanica).
Veloce da preparare, rinfrescante… e molto coreografico (anche l’occhio vuole la sua parte!)

Tufahije
(mele cotte alle noci)

4 mele dalla pasta compatta (le comuni Golden vanno benissimo)
300 ml d’acqua
1 cucchiaio di succo di limone
250 gr di zucchero

per il ripieno:
80 gr di noci tritate
40 gr di nocciole tritate
la buccia di 1/2 limone
1 cucchiaio di zucchero
½ cucchiaino di cannella in polvere
1 cucchiaio di latte

per guarnire:
panna montata
ciliegie candite

Sbucciare le mele ed eliminare i torsoli (usando l’apposito utensile). Cuocerle nell’acqua con il succo di limone e lo zucchero per circa 15 minuti (rigirandole ogni tanto, se il liquido non dovesse coprirle completamente, in modo che la cottura sia uniforme). Attenzione: devono essere morbide ma rimanere in forma.
Sgocciolarle in un colino e metterle a raffreddare, tenendo da parte lo sciroppo.
Mescolare le noci, le nocciole, la buccia di limone grattugiata, il cucchiaio di zucchero e la cannella, ammorbidendo il tutto con il latte.
Trasferire le mele in coppe da dessert, farcirle con questo composto e irrorarle con lo sciroppo tenuto da parte.
Guarnire ogni mela con un ciuffo di panna montata e una ciliegia candita.
Tenere in frigorifero fino al momento di servire.

Mostar

18 giugno 2011
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La Neretva scorre all’interno di un canyon roccioso dalle alte sponde rigogliose, quasi selvagge.
La città vecchia scende a terrazze verso l’acqua, senza raggiungerla. Lo Stari Most, bianchissimo e slanciato verso l’alto, sembra sospeso su un precipizio.
Tutto questo potrebbe essere il capriccio di un vedutista settecentesco… e invece è reale. A Mostar la natura e l’uomo hanno creato insieme qualcosa di spettacolare.
Mostar è una città mediterranea.
D’estate, ci dicono, qui fa un caldo torrido.
In effetti, il sole picchia forte già a maggio, ma il vento – che di sera invita a coprirsi – mantiene l’aria tersa. Ovunque, melograni nel pieno della fioritura, e alberi di fichi, che lungo le rive del fiume contribuiscono a creare una fitta boscaglia. E ancora, lungo le strade e nei giardini, ciliegi e gelsi carichi di frutti.
Mostar è anche molto turistica, e questo ci coglie un po’ di sorpresa… non avevamo tenuto in considerazione la sua posizione, a pochi chilometri da Medjugorje (nota mèta di pellegrinaggi mariani), e a meno di due ore da Dubrovnik. I negozi di souvenir si susseguono, e durante il giorno il piccolo centro storico è affollatissimo. Il turismo, d’altra parte, ha aiutato la ripresa dopo le devastazioni della guerra (ancora ben visibili, anche se molti edifici sono stati demoliti e ricostruiti).
La sera, invece, è la città dei giovani, che si ritrovano nei tanti locali sulle due rive del fiume.

Il mercato (si, i mercati ci piacciono, molto; e i venditori spesso amano conversare… un mercato è un buon posto per fare incontri interessanti) è un bizzarro miscuglio di stili, con i bei banchi di pietra, le bilance dalla foggia antica, e il tetto fatto dei materiali più diversi: eternit, plastica, teli…
Oltre alla verdura di stagione, in vendita c’è una gran quantità di prodotti che arrivano dalla campagna circostante: frutta fresca ed essiccata, miele, succhi, erbe, grappe.
Ci fermiamo a parlare (in un mélange di inglese, tedesco, italiano e gesti) con Enver e Ismeta, che ci vendono una collana di bamja e ci regalano delle succosissime amarene.
Inevitabilmente, esce fuori il tema della guerra. La coppia è musulmana, ma Enver ci spiega che nella sua famiglia i matrimoni misti (tra musulmani e cattolici) sono sempre stati la norma. Risentiamo le stesse frasi pronunciate da Ervin, il proprietario del bar del mercato a Sarajevo: la guerra l’hanno voluta i politici, non la gente. Conclude dicendo che la religione dovrebbe essere un fatto privato, da vivere tra le mura di casa, e non dovrebbe mai essere portata nelle strade, perché le strade sono fatte per socializzare, unire, e non per dividere.
Ma non tutti la pensano come lui… e la prova sta nell’enorme ed inquietante croce, eretta sulla collina che sovrasta una città in cui, prima della guerra, minareti e campanili avevano sempre convissuto pacificamente.
Già, perché a Mostar è successo qualcosa di diverso, rispetto a Sarajevo.
L’assedio serbo qui è durato poco, qualche mese. Poi i croati, aggrappandosi anche ad una “questione religiosa” che prima non c’era, si sono accaniti contro i loro ex alleati, i concittadini bosgnacchi, con una furia incomprensibile (culminata nel bombardamento del simbolo della città, il vecchio ponte). Creando una frattura non facilmente ricomponibile.
Anche per questo, la nostalgia per Tito (“con lui non c’era discordia” sembra essere il pensiero comune) qui è forte. Non è solo un revival utile a far vendere magliette e gadgets ai turisti.

Dopo il primo giorno, siamo un po’ stanchi della folla. Quelli successivi li trascorriamo camminando in zone meno battute, visitando cucine il mattino presto, facendo qualche escursione nei dintorni.
E a Mostar (che non è un villaggio di campagna, ma una popolosa città turistico-industriale) può  anche capitare di incamminarsi in un quartiere periferico e trovarsi di fronte ad una scena d’altri tempi…

… ma… e il cibo?
Pizza e spaghetti cominciano a rubare spazio alla cucina locale… che comunque continua a difendersi…

dall’alto:
le cuoche del ristorante Kuluk grigliano carne e scaldano il somun (pane arabo) con cui viene poi accompagnata;
la preparazione del burek;
il signor Mehmed, che da più di quarant’anni gestisce l’ašĉinica Balkan;
alcuni dei piatti tradizionali che vi vengono quotidianamente serviti (e delle cui ricette è piuttosto geloso): bosanski lonac (stufato bosniaco), grah (zuppa di fagioli), polpette, dolma (verdure ripiene), contorni di riso…

E di cucina parleremo ancora…

Curiosando nelle cucine…

30 maggio 2011

A Sarajevo abbiamo messo il naso nelle cucine di due vere e proprie istituzioni gastronomiche: il ristorante Inat kuća, e la Buregdžinica Bosna.

Come in tutti i ristoranti tradizionali bosniaci, anche da Inat kuća (che si trova in una vecchia casa ottomana, sulla riva del fiume di fronte alla Biblioteca Nazionale), per cogliere le cuoche al lavoro, bisogna arrivare di buon mattino, quando vengono preparati i piatti per l’intera giornata.

La preparazione del ripieno per i sarma (foglie di cavolo farcite)

Il latte acido che accompagna molti dei piatti tradizionali

Žito (dolce di grano spezzato e noci, a sinistra) e punjene paprike (peperoni ripieni, a destra) 

Si sforna il pane

Begova čorba (zuppa di pollo, okra e carote)

Gli ingredienti pronti per il bosanski lonac (stufato bosniaco a base di carne bovina e verdure), e una fase della preparazione

Japrak dolma (foglie di vite ripiene)

Buregdžinica Bosna, in Bravadžiluk – una delle animate arterie della città vecchia – serve la miglior pita (pasta fillo  farcita e arrotolata) di Sarajevo, nelle sue diverse varianti: búrek (con ripieno di carne e cipolle), burèdžici (con carne, cipolle, aglio e panna acida), sirnica (al formaggio), zeljanika (con spinaci), tikvènica (con zucchine), krompìruša (con patate e cipolle, molto pepata)…

Il locale è un vero punto di riferimento, e lo è stato anche durante gli anni della guerra e dell’assedio, quando non solo ha continuato a sfornare pita per gli abitanti, ma riforniva anche l’esercito.

Il via vai di clienti è incessante, così come l’attività in cucina.

Fidani Baftir, figlio del fondatore del locale, nonché attuale gestore (qui fotografato nell’adiacente pasticceria, anche questa di proprietà della famiglia Fidani)

Istantanee da Sarajevo

26 maggio 2011
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La città sta tornando alla normalità, ma ovunque sono ancora ben visibili le ferite – fisiche, economiche, morali – lasciate dalla guerra

In attesa del tram

Venditore di chincaglierie (sopra) e battitore di rame al lavoro in due dei tanti piccoli negozi della Bascarsija, la città vecchia

Il panettiere Aljovic Bacir (in posa sotto il ritratto di Alija Izetbegović, primo presidente della Bosnia Erzegovina) e l’interno del forno dove produce fantastici somun cotti a legna

Il cimitero musulmano nei pressi della Biblioteca Nazionale

Domenica pomeriggio, un gruppo di appariscenti ragazzine sul tram che porta verso la periferia occidentale della città

Cippi funerari intorno al monumento dedicato ai bambini morti durante l’assedio (aprile 1992 – febbraio 1996)

Il mercato rionale nel quartiere popolare alle spalle del Parlamento

L’animato via vai sul lungofiume

Markale, il mercato cittadino.

Tristemente noto per aver subito due pesanti bombardamenti, nel ’94 e ’95, che causarono complessivamente 105 vittime. Fu proprio dopo il secondo bombardamento del mercato che la Nato decise di intervenire militarmente in favore della popolazione assediata.

Sam, venditore di accendini

Il piccolissimo bar all’interno del mercato. Tuttora senza elettricità né acqua corrente, è gestito da Ervin (l’anziano signore con gli occhiali), ex avvocato.

Fasole cu cârnaţi

16 maggio 2011
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E mentre cominciamo a preparare i bagagli per il prossimo viaggio (mancano ormai pochi giorni)… una ricetta rumena.

Fasole cu cârnaţi

(fagioli con salsicce)

500 g di fagioli di Lima secchi

300 gr di salsicce lunghe (possibilmente affumicate)

4 cucchiai di salsa di pomodoro

1 cipolla

4 cucchiai di olio di girasole

1 foglia di alloro

pepe nero in grani

sale

Lasciare i fagioli in ammollo per una notte.

Eliminare l’acqua di ammollo, trasferirli in una pentola capiente, coprirli di acqua fredda, aggiungere l’alloro e il pepe, e portare a bollore. Cuocere per almeno due ore, o finché sono molto morbidi, poi scolarli.

Soffriggere la cipolla tritata, unire i fagioli, la salsa di pomodoro, aggiungere un bicchiere d’acqua e lasciar sobbollire per circa 20 minuti. Aggiustare di sale.

Rosolare le salsicce e sistemarle nello stufato di fagioli.

(in alternativa: tagliarle a pezzi e aggiungerle agli altri ingredienti durante la cottura)

Supa ot kopriva

12 maggio 2011
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Questo è uno dei piatti provati in Bulgaria, alla taverna Madona di Belogradchik, preparato dalle abili mani della cuoca Elena (e qui fotografato un attimo prima di uscire dalla cucina).

Dal punto di vista gastronomico la zona è particolarmente interessante, poiché vi si trovano, oltre ai piatti bulgari più tradizionali, quelli della cultura torlak: un gruppo di minoranze etno-linguistiche presenti in questo angolo di Bulgaria, in Serbia, Kosovo, Macedonia ed Albania.

E non mancano le ricette che impiegano ingredienti “selvatici”, essendo la zona densa di boschi e prati di collina.

Dato che in questa stagione le ortiche abbondano anche da noi…

Supa ot kopriva (zuppa di ortiche)

- le dosi sono state riadattate per 4 persone -

400 gr di cime di ortica

2 carote

1 cipolla bianca

2 spicchi d’aglio

olio extravergine d’oliva

sale e e pepe

200 gr di formaggio feta (ci andrebbe il sirene, ma qui è praticamente impossibile reperirlo)

Tritare finemente la cipolla e l’aglio e farli soffriggere dolcemente (non devono scurire) in una casseruola con 4 cucchiai di olio.

Unire le carote tritate grossolanamente e cuocere per 10 minuti. Aggiungere poi le ortiche, sempre tritate. Salare, pepare e far stufare per 10 minuti a fuoco molto moderato. A questo punto, diluire con acqua fino alla consistenza desiderata (ricordando che non si tratta di una crema ma di una minestra abbastanza liquida), e cuocere per altri 15 minuti.

Suddividere la minestra nei piatti e cospargere generosamente di formaggio sbriciolato.

Appunti di viaggio

21 aprile 2011

Che cos’è stata questa prima uscita balcanica?

Una continua sorpresa.

Prima di partire avevamo contattato persone, famiglie, gruppi; avevamo spiegato loro il nostro progetto e chiesto disponibilità a supportarci: ospitandoci, raccontandoci della loro vita anche attraverso il rapporto con il cibo, lasciandoci entrare nelle cucine… ciò che abbiamo trovato è stato molto più di quanto avremmo potuto immaginare.

A Târgovişte siamo ospiti di Ana e Gory, una giovane coppia di motocliclisti.

Ana ci fa conoscere, oltre a quelli rumeni (per cena ci prepara ciorbǎ de perişoare e sarmale, anticipati e accompagnati da tuica, la grappa nazionale), gli usi della comunità bulgara locale, a cui appartiene parte della sua famiglia. Una comunità arrivata qui dopo la seconda guerra mondiale e che per decenni ha dovuto vivere in semiclandestinità, spacciandosi per serba, per non essere rispedita in Bulgaria; e che solo di recente si è riappropriata con orgoglio della propria identità. Il giorno dopo andiamo insieme al mercato locale,  una parte di quello ortofrutticolo ospita le contadine bulgare.  Facciamo acquisti anche per il piatto che ci prepara prima della nostra partenza: una saporitissima placinta sarbeasca (una pie al formaggio, nella versione in uso tra i bulgaro-rumeni di Târgovişte).

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